Aless’io vorrei…

17 Luglio, 2008 - No Responses

Ho scritto il post di Gianni e la lepre perché vorrei parlare in realtà del mio amico Alessio. Su Eluana, io e Alessio la pensiamo in modo diametralmente opposto. Lui dice: deve morire, convinto che io stia per dire che deve vivere. Cosa che io non dico. Io dico parole non mie che sono divenute il mio giudizio: non si può parteggiare per l’una o per l’altra parte (la vita o la morte di Eluana) ma solo stare di fronte al mistero cui questo dolore richiama, alla domanda che pone. Per telefono con Alessio ci siam capiti al volo dopo due battute, mentre gli spiegavo anche che l’immagine provocatoria del sangue e dell’ascia contenuta sul post di Eluana mi deriva dai racconti di caccia, e non solo, di Gianni Lalli, il direttore creativo mio, suo e di Carlo Marazzi. Anni passati. Con Alessio c’è sempre stata però questa intesa, pur essendo io un conservatore e lui un progressista (e quasi un comunista). Ma anche oggi, un’ipotetica repubblica immaginaria potrebbe essere governata da Alessio e me: con Gianni Lalli alla difesa a tirar frecce che trapassano le orecchie dei soverchi governi stranieri e dei terroristi di ogni fede e razza. Altro che Afghanistan, altro che Iraq, altro che Iran coi suoi missili veri o finti, altro che Israele… fanculo Osama (e anche Obama).

Gianni e la lepre

17 Luglio, 2008 - No Responses

La lepre interruppe improvvisa la corsa: muoveva gli arti anteriori e posteriori per proseguire ma una forza sconosciuta la teneva. Gli occhi sbarrati e impauriti, la scossa che noi umani chiamiamo adrenalinica le scuoteva il corpo intero, il respiro sospeso per andare a finire chissà dove, nessun pensiero, una sensazione sconosciuta e improvvisa durata un attimo. La freccia era entrata dall’orecchio destro ed era parzialmente fuoriuscita dal sinistro creando l’ostacolo che a destra e a sinistra aveva imbattuto i due pioppi. La lepre continuava così a scalciare nel vuoto: spinta da un’energia vitale ormai finita, convinta di correre una corsa che ormai non poteva più essere, quasi sospesa da terra. Gianni si avvicinò alla lepre e posò l’arco sul terreno fra l’erba e i cespugli. Mosse l’animale selvatico per constatarne la morte comunque evidente e lo sollevo per le due orecchie, poi lo guardò frontalmente tenendolo alzato per le due estremità della freccia. Incredibile, disse, credevo di averla mancata e invece guarda qui di che precisione è capace il caso. Se avessi mirato all’orecchio non avrei mai potuto ottenere un effetto simile. Sarà dura togliere la freccia, però.

Eluana: perché non spararle? (ancora sacrifici umani)

16 Luglio, 2008 - No Responses

Perché non spararle? Perchè togliere il sondino, privarla d’acqua, attendere che il sangue si addensi, fatichi a scorrere e lei inizi così a sentire il senso di di fame e sete, la disidratazione  che i medici dicono che inevitabilmente subirà e sentirà? Cosa significa: la natura faccia il suo corso? Se ti prendo e ti appendo a testa in giù e così messo ti lascio attaccato a un albero finché non schiatti, ho lasciato che la natura faccia il suo corso? Se smetto di dare da mangiare a un figlio, lascio che la natura faccia il suo corso? Se stai soffocando e non ti do l’ossigeno ho evitato l’accanimento terapeutico?  Che pietà è e che amore è quello che fa dire: lo faccio perché non soffra più, ma non si interroga poi sulla reale sofferenza che l’atto genera? Si prenda piuttosto una siringa, una pistola, un’ascia, e si abbia il coraggio di vedere e mostrare in tutta la sua bruttezza e brutalità il dolore, il sangue, la sofferenza, la crueltà che porre fine premeditatamente a una vita umana sempre comporta.

La grande sete (ancora sacrifici umani)

15 Luglio, 2008 - No Responses

Vorrei partire dicendo: il padre di Eluana non ce la fa più. Lo faccio con qualche remora ma lo faccio. Eluana respira, apre e chiude gli occhi, borbotta pare ogni tanto qualcosa. Nessuno di noi sa cosa accada nello stato di coma: cosa esattamente si senta e si provi, se il dolore, se la fame, se la sete. Eluana Englaro potrebbe come tanti svegliarsi, forse.  Ma ha un padre che non ne può più: di soffrire, di faticare, di assistere, di viaggiare. Di sperare. Un padre che soffre della sete di speranza che ogni giorno prende la nostra vita quotidiana, gli atti quotidiani della nostra vita: andare al lavoro, portare a casa uno stipendio, trattare col capo, i colleghi, il mondo. Una stanchezza, questa, che prende ognuno e che ognuno conosce: immaginiamola fatta anche di una figlia in coma: è terribile. Le cose van però chiamate col loro nome: questa è eutanasia: eutanasia per Eluana, eutanasia per il padre. Si uccide, con una cosidetta dolce morte, la giovane donna; si uccide al contempo la capacità di combattere e di sperare ancora del padre. Si introduce, per giudizio di corte d’appello, il principio che quando non ce la fai più un giudice, una corte, possa decidere per te. Altro che giustizia, altro che invasione di campo, altro che potere giuridico separato dal potere governativo: questo cui apriamo, volontariamente e in nome di una finta pietà, di un pietismo, le porte è il potere assoluto di uno stato dove tutto è talmente perfetto da non aver più bisogno di essere felici. Chiediamo pure la morte di Eluana (che io spero invece non debba e non possa mai arrivare dal sì di un tribunale) ma poiché nulla sappiamo del suo stare al mondo, combattiamo ed entriamo personalmente armati nella sua camera per questo, oppure preghiamo per questo.